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1° classificato con "Pioneer Obbl. Paesi Emergenti (Dis) A" come Miglior Fondo Italiano Obbligazionario Emergente |
Giordano Lombardo
Ruolo: Group CIO
Società: PIONEER INVESTMENT MANAGEMENT SGRPA
Durante in 2009 la nostra strategia ha seguito una sorta di doppio binario. Da un punto di vista macroeconomico abbiamo mantenuto una visione positiva circa le possibilità di uscita dalla recessione e quindi abbiamo sempre più accentuato la nostra preferenza per mercati sensibili alla congiuntura. Ciò vale sia per il mercato delle obbligazioni corporate che per l’azionario in generale, soprattutto per settori più ciclici.
Per quanto riguarda lo stock picking, siamo rimasti invece molto selettivi. L’esempio più evidente di questa impostazione è testimoniato dalle nostre scelte sui titoli di banche o in genere del settore finanziario. Abbiamo preferito puntare sulla qualità dei titoli in portafoglio e non abbiamo ricercato titoli che per effetto del pesante ribasso registrato sino al marzo 2009 sembravano avere scontato la peggiore delle ipotesi. Anche durante la prima fase del recupero non ci siamo fatti trascinare dai forti guadagni di società che senza il salvataggio statale sarebbero andate in dissesto, preferendo quelle che giudicavamo più solide.
Altro fattore chiave per le nostre scelte sull’azionario è stata la priorità assegnata alle imprese con forte esposizione all’estero (in particolare alla domanda di paesi emergenti) rispetto a quelle che dipendono dalla domanda dei consumatori di paesi occidentali (dalle prospettive più incerte). Questa distinzione è stata particolarmente importante per i listini europei, mentre per altre regioni con migliori potenzialità di crescita interna come USA ed Asia (tranne il Giappone) i mercati interni presentavano maggiori opportunità.
L’economia a livello globale non sembra correre rischi di una recessione e non dovrebbero essere delle crisi regionali in alcune parti del mondo come l’Europa a pregiudicare il quadro economico complessivo. La crisi in Grecia è divenuta già una crisi allargata a gran parte dell’area euro, tanto da imporre l’adozione di piani di sostegno ingenti come quello varato il 9 maggio scorso. Dal momento che l’Europa non è stata quasi mai un fattore trainante per la crescita negli ultimi anni, non dovremmo aspettarci nella situazione attuale un ruolo di “guastatore”. Detto questo non sarebbe opportuno caricare troppo i portafogli di titoli ciclici in questo clima, dove a volte i mercati sembrano dare maggiore risalto a notizie negative rispetto a quelle positive, come ad esempio quelle che riguardano gli utili di impresa o l’economia americana. In fasi di turbolenza sarebbe anzi opportuno contenere maggiormente il rischio.
Dopo anni di silenzio sul rischio di credito dei singoli Stati, i mercati hanno assunto un atteggiamento critico sulla gestione dei conti pubblici e questo potrebbe restare uno dei temi dominanti del 2010. Prima di assistere ad una convergenza dei rendimenti simile a quella registrata nel momento della nascita dell’euro, occorreranno impegni concreti da parte dei governi ora sotto pressione. In un clima di scetticismo, la migliore combinazione fra rischio e rendimento si è spostata sui paesi “core” come Germania e Francia all’interno dell’area euro, mentre tra i cosiddetti “periferici” l’Italia sembra possedere i migliori requisiti se non altro perché il pur elevato debito viene sempre finanziato senza grossi problemi dai nostri risparmiatori (il popolo dei BOT).
Oggi i rendimenti sui paesi “core” sono molto bassi e poco allettanti se non si pensa ad una ricaduta in recessione (in Germania sono più o meno allo stesso livello del marzo 2009 quando si era al colmo della recessione). L’inflazione resta bassa e questo sostiene i mercati centrali, ma non si deve sottovalutare il condizionamento del mercato americano dove i conti pubblici sono in profondo rosso e per finanziare il debito occorre fare affidamento sugli stranieri. Senza l’impegno a risanare sarà difficile convincere ancora a sottoscrivere il debito pubblico americano e le prospettive del mercato si offuscherebbero. Se c’è questa attenzione al rischio di credito degli Stati, prima o poi anche quello americano ne potrebbe essere coinvolto.
40% azionario di cui in prevalenza USA e con apprezzabile allocazione sugli emergenti specie dell’Asia, lasciando all’Europa nel suo complesso un peso marginale a meno che si tratti di imprese con portafoglio ordini fuori dall’Europa
50% obbligazionario di cui quasi la metà sul rischio di credito di impresa, con preferenza per quello americano perché in Europa il mercato è dominato da nomi di banche che nell’attuale contesto presentano qualche rischio; sull’obbligazionario di impresa europeo vediamo una migliore combinazione rischio/rendimento su brevi scadenze
10% di liquidità per tenersi un margine di azione con mercati come questi